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“Costruire con”, alias comunicare

“Costruire con”, alias comunicare

19 maggio 2015rapporti
Comunicare quanto è complesso

L’uomo è un animale sociale, diceva Aristotele.

È, quindi, sempre in relazione con l’altro con il quale comunica costantemente, volente o nolente. Questo processo, però, non è sempre così lineare come ci aspettiamo: quante volte infatti abbiamo detto (o ci è stata detto) “hai capito Toma per Roma”? Quante volte il messaggio che arriva al destinatario è distorto come nel famoso gioco del telefono senza fili? Numerosi psicologi si sono occupati di questo argomento, considerando la comunicazione come lo scambio di stimoli e feedback informativi tra almeno due persone, ma due persone significano, in primis, due prospettive sulla realtà e due background differenti.

Innanzitutto, va sottolineato che una frase può avere un significato denotativo, ovvero superficiale, e uno, invece, connotativo, più profondo che è strettamente determinato dal contesto socio-culturale in cui viene espresso. Così influenze culturali, differenze di genere e di credenze creano zone d’ombra e di incomprensione tra le parti in gioco nel processo del comunicare. In questo modo, la codifica dell’emittente e la decodifica da parte del ricevente possono non essere uguali: durante il flusso comunicativo, infatti, possono subentrare delle interferenze (rumori) che modificano il messaggio iniziale dando luogo a una situazione di entropia comunicativa. Le costanti di questo processo, quali la fonte, il messaggio, il destinatario, il contesto, il codice, assumono ogni volta una forma nuova determinata dalle persone in gioco, che trascinano con sé aspettative, atteggiamenti e personalità che influenzano l’atto comunicativo.

Quanto è complesso, no? Allora, forse, comprendiamo perché tanti corsi di formazione si concentrano sulla comunicazione e sono volti al miglioramento della trasmissione di informazioni in verticale ed orizzontale in ambito lavorativo. Forse, realizziamo come litigi banali nascano e si ingigantiscano per l’incapacità di dialogare delle parti in causa, che si fossilizzano rifiutandosi di mettersi nei panni l’uno dell’altro pur di risolvere il conflitto. Forse, ci rendiamo conto come tante incomprensioni sorgano perché manca una cornice comune e perché non è stato costruito insieme (come dice l’etimologia) un background, un linguaggio condiviso che ci permetta di confrontarci in modo equilibrato. Forse, ora anche la lettura delle espressioni e del linguaggio del corpo non le considereremo più regolate da leggi universali.

Semplicemente è tutta questione di prospettiva e dovremmo capire che la nostra non è mai la sola né tanto meno la vera.

Valeria Gelosa

Valeria Gelosa

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