Perché un viaggio in Africa mi ha aperto gli occhi sul mio essere egoista e non altruista (dare vs. ricevere).

Dicembre 2014, un periodo un po’ buio della mia vita. Come direbbero gli americani “no job, no money, no love” (che poi sarebbe in realtà per me una costante, non proprio un periodo).

Comunque, veniamo al dunque. Ero in quella tipica fase, forse caratteristica della donna non-sono-vecchia- ma-manco-di-primo-pelo che, dopo i 30 anni, si rende conto che vuole di più. Non per forza da una relazione, ma dalla vita in generale. Auspicavo ad un cambio radicale che giungesse nella mia vita come un deus ex machina, e che mi togliesse di dosso quel velo di apatia e ignavia che mi stava travolgendo.

Queste, in ordine cronologico, le soluzioni che mi parvero auspicabili:

  1. Darmi ad un lavoro manuale. Ci stavo credendo ma poi, quando ho visto che sedere mi faceva la tuta da meccanico, ho desistito.
  2. Partire per una meta esotica e aprire il classico chiringuito sulla spiaggia, ma l’idea mi parve un po’ troppo inflazionata.
  3. Fare la modella. Ci ho rinunciato nel medesimo istante in cui l’ho pensato (il Tanqueray è un pessimo consigliere).

Insomma, sembrava che nulla potesse smuovermi: cosa potevo fare per sentirmi un po’ meglio, ristorata e rinfrancata nello spirito e nell’animo?

Il Marzo precedente ero stata in Etiopia, un viaggio a dir poco meraviglioso: una terra in grado di ospitare i paesaggi più disparati, profumi e sapori di un mondo arcaico, colori in grado di spaziare dall’ocra della sabbia al blu dei suoi laghi. Difficile scordarsi un viaggio così, impossibile rimanere indifferenti al suo popolo.

Sono ripartita da quel viaggio per ritrovare un senso al mio scorrere del tempo. Sono ripartita dallo sguardo interrogativo di quella bambina a cui avevo regalato un semplice pacchetto di cracker ma che non era in grado di aprirlo non avendone mai visto uno.

Insomma, tempo zero avevo capito cosa fare: partire per un’esperienza di volontariato in Africa, ecco cosa volevo e potevo fare.

Destinazione Ilembula, Sud della Tanzania, missione di Don Tarcisio e della signora Fausta Pina che, dopo aver lasciato la Val Camonica ormai 20 anni fa, si dedica ai piccoli orfani e ai bisognosi.

Di loro e dei miei compagni di viaggio vi parlerò però in futuro. Troppa carne al fuoco. Oggi vi parlerò solo del concetto del “dare? No, ricevere”.

Quando si fanno esperienze di questo genere, quando si decide di andare a toccare con mano cosa significa non avere da mangiare , di capire il vero significato del non avere niente, tutti fanno lo stesso banale commento: “che brava!”.
Già perché si pensa che, quello che mi ha smossa, sia una bontà d’animo superiore che , per quel che mi riguarda, attribuisco solo a chi davvero rinuncia alla propria vita per dedicarsi al 100% ai più poveri.

Quel “ma come sei brava” nasce dal fatto che si ritiene, a torto, che una persona come me abbia portato a quei bambini amore, affetto e aiuto.

Perché mi arrabbio quando me lo dicono? Perché quello che ho dato io non è minimamente comparabile a quello che ho ricevuto. Non sono io che ho aiutato quei bambini, sono loro che hanno aiutato me.

Sono io che ho avuto bisogno di loro per ritrovare il sorriso. Loro, a differenza di me, non l’hanno mai perso. Sono io quella che si è sentita amata al 100%, utile per qualcuno, importante.

Mi ci sono voluti dei piccoli orfani per capire che la vita è bella e quindi, per piacere, non ditemi che sono “brava”, sono solo stata una vampira egoista in cerca di mordere un po’ d’amore.

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