Da Seneca ad Eschilo passando per Euripide, la 51esima edizione del ciclo di spettacoli classici al Teatro Greco di Siracusa si conferma un appuntamento d’eccellenza per appassionati e non

Immaginate di sedervi su quegli stessi gradini dove 25 secoli fa sedettero gli spettatori greci, di ammirare un cielo plumbeo come il cuore di Medea che, abbandonata da Giasone per un’altra donna, impazzisce di dolore e amore.  Oppure immaginatevi di trattenere il fiato quando le 50 figlie di Danao fuggono dall’Egitto rifiutando il matrimonio con i 50 cugini maschi, divenendo così le prime eroine erranti della storia.

Sede dell'Inda (Istituto nazionale dramma antico), Siracusa
Sede dell’Inda (Istituto nazionale dramma antico), Siracusa

La Medea di Seneca e Le Supplici di Eschilo sono, insieme all’Ifigenia in Aulide di Euripide, le tre rappresentazioni scelte per il 51esimo ciclo di tragedie antiche messe in scena al Teatro Greco siracusano (15 maggio – 28 giugno), grazie al lavoro e alla dedizione dell’Inda, l’Istituto nazionale di dramma antico della città siciliana.

In oltre cento anni artisti, autori e registi che hanno fatto la storia del teatro in Italia e nel mondo hanno scritto il loro nome accanto a quello dell’Inda

ricorda il Presidente della Fondazione Giancarlo Garozzo.

A scuotere lo spettatore,  è il senso di eterno e di aulico che si respira, è la sensazione di essere presenti a qualcosa che travalica i confini spazio-temporali sia di luogo sia di idee.  Personalmente ho potuto ammirare solo due di queste meravigliose rappresentazioni: la Medea e le Supplici.

Assistendo alla Medea di Seneca, regia di Paolo Magelli, non ho potuto non commuovermi dinanzi alle sofferenze di una donna impazzita per amore. Lei che per l’amato Giasone aveva ucciso il fratello ed abbandonato terra e famiglia. Lei che si macchierà del crimine peggiore: il matricidio.

Ecco la potenza del racconto greco: come provare pietà per una donna che uccide i propri figli?

Eppure il livello di commozione è altissimo, complice l’interpretazione magistrale di Valentina Banci, attrice pratese diplomata alla Bottega Teatrale di Vittorio Gassman e dal curriculum ineccepibile.

Nella scena finale Medea che porta tra le braccia il figlio ormai morto è la massima rappresentazione dei concetti aristotelici di pietà e terrore. Proviamo pena per questa donna ormai completamente folle, ma l’idea di ciò che ha commesso ci atterrisce. E il giudizio sul personaggio si trova a pendolare ineluttabilmente tra la comprensione e il disprezzo.

Controversa la scelta dei costumi: il coro e Giasone stesso si presentano in abiti stile Anni 30, un vero e proprio stacco netto con quello che è il racconto. Da prima motivo di perplessità, questa strana scelta stilistica passa poi in secondo piano date le capacità attoriali , canore e coreografiche dei protagonisti, che prepotentemente sovrastano la scena.

Costumi, canto e coreografie sono invece i punti salienti delle Supplici messe in scena dalla sapiente regia di Moni Ovadia, artista poliedrico di origini ebraiche acclamatissimo nel panorama teatrale italiano.

Un progetto a quattro mani tra Ovadia e il cantautore siciliano Mario Incudine, opera definita dal regista stesso:

una cantata di voci, musiche, movimenti, cromatismi intensi dei costumi, sullo sfondo di una scena nitida e consapevole.

Un omaggio a Eschilo stesso la scelta del siciliano, che si fonde con il greco moderno dando vita ad una cantata che ricorda molto il cuntu siciliano.

Come ha ricordato Garozzo, Presidente Inda, “abbiamo scelto tre tragedie che ruotano attorno ad un tema importante e di grande attualità come quello dell’accoglienza”. Nella tragedia di Eschilo le Supplici, giunte ad Argo in Grecia, chiedono asilo politico dopo essere fuggite dalla terra natale, l’Africa. Il Re di Argo Pelasgo (interpretato dallo stesso Ovadia) deciderà, previo il consenso del popolo, di accoglierle.

La 51esima edizione del ciclo di spettacoli classici di Siracusa strizza quindi l’occhio all’attualità e affronta un tema spinoso come quello dei migranti.

Chiudo con le parole del regista teatrale Walter Pagliaro, consigliere delegato della Fondazione: “Il teatro ha il dovere d’interrogarsi e di progettare l’antico spalancando gli occhi sull’oggi, anzi sul domani : perché è innegabile che l’evoluzione del nostro pianeta solcherà nei prossimi anni il Mediterraneo”.