Breve tour nella Sicilia orientale tra mare, cultura e pericolose abbuffate

Siracusa e Ortigia, Punta Secca, Ragusa Ibla, Noto e Catania. Avendo più tempo la Sicilia me la sarei girata tutta, ma in soli tre giorni mi sono dovuta accontentare di poche località.

La “scusa” per la mia trasferta sicula è stata la 51esima edizione del ciclo di tragedie greche al Teatro di Siracusa e che mi ha portato a scegliere come base per i miei tre giorni la località di Fontane Bianche, la zona con alcune delle spiagge più belle del siracusano.

Qui ho trovato sabbia bianca e mare trasparente, come nelle migliori cartoline. L’acqua di giugno è ancora piuttosto fredda, ma il caldo sole siciliano la rende comunque piacevole e invitante.

Camminando per un piccolo sentiero che portava alla spiaggia, mi sono lasciata incantare dai colori e dalla bellezza di un limoneto. Io ero incuriosita dai limoni, il proprietario da me.

“Signorina che guarda?”

“il limoneto”  dico io.

“Ma da dove viene lei?”

“Da Milano”

“E a Milano i limoni non li avete!?”

Simpatico signore, mi ha poi invitata a raccogliere tutti i limoni che volevo perché, dice lui, tanto finiranno a marcire. Mi ha spiegato che il costo della raccolta sarebbe nettamente superiore al ricavo che otterrebbe e che quindi, purtroppo, è costretto a rinunciare alla vendita di questi profumatissimi frutti.

Il pomeriggio del medesimo giorno, venerdì per la precisione, ho visitato Ortigia, la parte più antica della città di Siracusa. Tra vie barocche e resti antichi, fanno capolino pasticcerie e negozi, pieni in questo periodo dell’anno di turisti tedeschi e inglesi.

Seduta al tavolino di un intimo bar ho dato sfogo alla mia golosità: arancino al ragù e cannolo. Credo potrei vivere così in eterno, alternando semplicemente al ragù il pistacchio e al cannolo una cassata.  Sarei una donna felice, ne sono convinta.

Ho lasciato la pasticceria solo perché la cultura mi chiamava ma, dopo aver assistito alla rappresentazione della Medea di Seneca al Teatro Greco, tornando ad Ortigia ho deciso di assaggiare la paranza, una frittura di pesce tipica del luogo. Divina, se poi accompagnata con un Donnafugata ghiacciato, davvero imperdibile.

Il tour serale della città mi ha fatto scoprire una Siracusa viva, festosa, attenta al turista ma anche alle tradizioni. Una città fiera e conscia della propria bellezza, che sa di essere cosa rara e unica. I ragazzi siedono in caratteristici localini ricavati all’interno di cortili che, seppur a volte fatiscenti, hanno il fascino del tempo che fu, il carisma di una terra che c’è da sempre.

Per il sabato ho deciso invece di spostarmi verso Ragusa. Da appassionata di Andrea Camilleri e del suo più famoso personaggio il commissario Montalbano , non potevo rinunciare ad una visita nei luoghi del set.

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Per potere vedere la casa con la nota verandina tanto amata dal commissario, ho dovuto raggiungere Punta Secca, frazione di Santa Croce Camerina. Sono rimasta stupita dinanzi ai molti fan emozionati di essere finalmente sul set della fiction, tanto che ho dovuto aspettare parecchi minuti prima di riuscire a scattare una foto della casa libera da turisti. La spiaggia e la casa sono davvero incantevoli, come lo è d’altronde la stessa Punta Secca. Un piccolo borgo marinaro che ospita una deliziosa  spiaggetta e un piccolo faro del 1858.

Qui l’acqua era piuttosto ghiacciata, non sono proprio riuscita a tuffarmi. Ho preferito stendermi al sole in attesa che mi “smurzasse nu pititto lupigno”, come direbbe il caro Commissario Montalbano e poi, per rendergli omaggio, ho fatto anch’io una breve passeggiata sul molo  (in realtà la passeggiata era d’obbligo dopo due arancini pistacchio e mortadella).

Da Punta Secca mi sono poi spostata a Ragusa Ibla. Un caro amico del posto me ne aveva parlato come di un “presepe vivente” e aveva ragione. Ennesima perla del Barocco, Ragusa Ibla è intima e spettacolare al tempo stesso: un piccolo nido di case e meraviglie arroccate, da cui spicca fiero il Duomo di San Giorgio con la sua ripida scalinata.

Purtroppo il tempo stringeva e sono dovuta ritornare presto a Siracusa. Ad aspettarmi al Teatro Greco Le Supplici di Eschilo, un suggestivo spettacolo dalle coreografie e musiche a metà tra il cuntu siciliano e il greco moderno.

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A rappresentazione conclusa, alle ore 21.00, ho deciso di raggiungere Noto che, da Siracusa, dista solo una mezzoretta di macchina. Fatico a trovare gli aggettivi giusti per descrivere questa cittadina, rischierei di cadere nella banalità. Perché è veramente difficile spiegare a parole la sua bellezza. Personalmente sono rimasta a bocca aperta davanti alla sua arte ed al suo barocco sfacciato e imponente. Avete presente la teoria del sublime di Kant? Il filosofo tedesco trattò il senso di inadeguatezza dell’umanità dinanzi alla natura. Secondo Kant il sublime è quel senso che scaturisce nell’uomo quando si rende conto della magnificenza irraggiungibile della natura. E’ stato un po’ lo stesso per me a Noto, ho provato lo stesso senso d’inadeguatezza derivante in questo caso dalla bellezza dell’arte, del passato, della storia del luogo.

Qui ho assaggiato una granita di pistacchio squisita, prima volta nella mia vita. Me la sogno ancora adesso.

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La domenica, dopo qualche oretta al sole, trolley alla mano mi sono spostata a Catania, dove avrei poi dovuto prendere l’aereo per Milano. Catania è stata l’ennesima prova del fatto che la Sicilia è una terra meravigliosa; pur essendo una grossa città, mantiene quel senso d’intimità e ottima accoglienza che mi ha regalato questa stupefacente isola.

Ho lasciato la Sicilia a malincuore, non prima però di avere azzannato un’ultima fetta di cassata… ne dubitavate?