Arrivo di corsa spaccando il minuto. Mi siedo nella sala sul retro della Libreria delle Donne. Mi basta un rapido sguardo per capire che sono la più giovane, ma non so ancora che mi sentirò coinvolta in prima persona in un confronto generazionale.

BAKGROUND

Per la mia laurea, un amico mi regala un pamphlet. “Dio è Violent”. L’assenza dell’ultima vocale già mi intriga. Mi lascio accompagnare nel ragionamento duro e logico dell’autrice, libero da quel perbenismo che ha contagiato anche i pensieri più illuminati e radicali. Entusiasta, mi rivolgo ad Internet. Luisa Muraro, filosofa e scrittrice italiana. Passando di intervista in intervista, mi ritrovo sulla pagina web della Libreria delle Donne di Milano. Leggo il programma e decido di partecipare all’incontro “Femminismo”.

IL CIRCOLO DELLE DONNE – LIBRERIA DELLE DONNE

Eccomi qui. Non sono sola. Il mio ragazzo ha voluto accompagnarmi. Curioso, coraggioso ma anche un poco prevenuto (smentito: il sesso maschile non è stato mai oggetto di accuse o battutine).

Mi sento un’estranea, si conoscono tutte, si chiamano per nome. Scambio un sguardo con chi mi siede di fianco. Questa sensazione è di entrambi, in fondo non sapevamo cosa aspettarci. È un appuntamento pubblico, aperto alla cittadinanza, ma è anche profondamente privato ed intimo, nel senso più positivo di questi termini. Lo scambio di opinioni non è superficiale e non evita “lo scontro”, non la pensano tutte allo stesso modo e non hanno tutte lo stesso background (in primis per un fatto anagrafico). È palese che siano legate da relazioni affettive che vanno al di là del comune impegno ed interesse nel femminismo (a conclusione dell’incontro hanno organizzato una cena tutte insieme). Mi immagino come sarebbe un circolo mio e delle mie amiche e compagne.

Viene presentato il libro di due autrici, femministe, attive all’interno della libreria e del circolo. “Mia madre femminista”. Con l’escamotage di una lettera tra una madre e una figlia ripercorrono gli anni dell’attività politica, del femminismo delle piazze, delle scoperte e delle conquiste. Assisto al desiderio di comunicare alle donne più giovani: un passaggio di testimone di madre in figlia.

Insomma non volevano né mascolinizzarsi né rimanere nel vecchio ruolo femminile, avvertivano un’estraneità verso ciò che era stato pensato su di noi dagli uomini e dunque invitavano a ripensarci da capo.

Mia madre è ancora femminista, non si parla al passato. Il cambiamento sociale, in Italia, è ancora in essere. Le quote rosa non sono la soluzione. Il femminismo è attuale e ci riguarda. È difficile che una donna di oggi possa dirsi non femminista. Pratiche che noi ora diamo per scontate, abitudini che in quanto tali abbiamo senza farci caso, decisioni che prendiamo, pretese che nutriamo, la libertà di cui godiamo sono il frutto di quegli anni passati e sono l’espressione del nostro essere femministe. La (sacrosanta) indipendenza economica, il controllo sulle gravidanze, la condivisione dei compiti in casa, il proseguimento spontaneo degli studi, la realizzazione personale solo/anche al di fuori delle mura domestiche, lo spirito imprenditoriale e il successo lavorativo sono tutte manifestazioni del nostro essere femministe. La possibilità di scegliere di fronte a un cammino non per forza già tracciato accomuna me e molte (per non dire tutte) mie colleghe. Inutile, quindi, prendere le distanze da questo movimento, perché quotidianamente manifestiamo la nostra adesione. Ingrato rinnegare il valore e l’importanza di quelle conquiste per la vita di noi giovani, libere da quelle aspettative patriarcali che ricadevano su chi ha dovuto lottare per poter scegliere che strada prendere. Insomma, definirsi “non femministe” risulta alquanto anacronistico.

Ragazze, guardate che questo è un grande passo, non si torna indietro, è un cambiamento di vita.

dalla testimonianza di Donatella Massara in “Mia madre femminista”

Piccole donne femministe
Piccole donne femministe

Ora che il testimone è nelle nostre mani, non dobbiamo limitarci a godere dei diritti conquistati dalle generazioni precedenti. Non è sufficiente discutere sulla condizione delle donna afgana (come mi è stato sconsigliato di fare al primo appuntamento da un amico) come se la nostra realtà fosse l’ideale. Sono molteplici le sfide da affrontare e i cambiamenti da promuovere. Una solidarietà attiva contro la violenza di genere che passa in primis attraverso l’educazione dei figli maschi al rispetto, la rifondazione culturale a partire dal riconoscimento e rispetto della differenza sessuale tra uomini e donne (ben lontana dall'”invidia del pene”), il coinvolgimento dei nostri coetanei, la preoccupazione per le donne che nel mondo non beneficiano della nostra condizione…

Insomma, donne restiamo unite!

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