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Quando il contatto fisico diventa infortunio

Quando il contatto fisico diventa infortunio

7 ottobre 2015sport

Nell’attività fisica il rischio di infortunio aumenta o diminuisce a seconda di molti fattori. Ci sono sport, poi, come il rugby o il calcio in cui il rischio è molto più alto. Che cosa hanno in comune questi sport? Il contatto fisico, anche violento.

Parliamo del rugby.  Gioco tipicamente di contatto e di combattimento, se già dalle sue origini ha sviluppato delle dinamiche che portavano inevitabilmente a traumi di natura fisica, a causa dell’ipervelocità della società moderna si è modificato anche sotto il profilo atletico, aumentando sia la forza sia la velocità richieste ai giocatori, moltiplicando gli impegni e gli incontri voluti da pubblico e sponsor. Si è pertanto alzato il rischio di sovraccarico funzionale e di conseguenti infortuni.

Gli infortuni più frequenti sono a carico della testa e del collo (34%) seguiti da quelli a carico degli arti inferiori (14% caviglia e piede, 13% ginocchio, 10% coscia, 9% gamba). Dipende anche molto dal ruolo del giocatore. Negli atleti più soggetti ad atterramenti, placcaggi nella terminologia tecnica, sono colpite soprattutto la regione cervicale e la testa; per i giocatori che sono nel reparto di mischia, ovvero quando le due squadre si uniscono a testuggine per contendersi la palla di piede, le lesioni principali sono quelle alla spalla, al ginocchio, al polpaccio e alla caviglia. Per i trequartisti, di ala e di centro, i più comuni infortuni sono: spalla, ischio crurali e ginocchia.

Alla luce di questi rischi, che cosa deve considerare il preparatore atletico? Deve avere due priorità: gestire al meglio i carichi di lavoro durante la preparazione della stagione; valutare costantemente lo stato di benessere di ogni atleta e riuscire a personalizzare il più possibile il programma di allenamento anche durante tutto l’arco del campionato. Questo per evitare infortuni che portano ad una conseguenza ancor più difficoltosa da affrontare, le ricadute. Le recidive di un precedente infortunio, magari avvenuto nel preseason, sono in media più gravi del primo infortunio. Sarebbe molto importante impostare una riabilitazione che permetta alla parte lesa di riprendere completamente la funzionalità, ma, sempre a causa dei frenetici ritmi, spesso il giocatore torna in campo troppo presto per poi ricadere nello stesso infortunio a distanza di neanche un anno.

Per il controllo della funzionalità muscolare degli arti inferiori c’è lo squeeze test. “È una procedura – ha affermato Davide Mondin, preparatore atletico del F.I.R, la Federazione Italiana Rugby – che prevede l’utilizzo di un banale sfigmomanometro posizionato tra le ginocchia  per valutare la capacità e l’intensità di adduzione delle gambe, conferendo ad essa un preciso valore numerico. Questo permette di monitorare lo status di affaticamento dell’atleta e di prevenire infortuni, monitorando anche il recupero della forza dopo un eventuale infortunio. Il valore numerico risultante dallo sfigmomanometro permette una precisa interpretazione da parte del preparatore atletico e dello staff medico”.

Questo tipo di squeeze test potrebbe anche essere utilizzato per valutare altri distretti muscolari oltre agli adduttori degli arti inferiori. Potrebbe offrire una facile, veloce ed economica soluzione per valutare forza e flessibilità muscolare, dati fondamentali per la prevenzione dei più comuni infortuni. Durante la stagione sarebbe utile per valutare la risposta ai carichi di lavoro e possibili accumuli di fatica responsabili di problematiche di tipo muscolare o legamentoso.

Al momento questi test sono solamente un’ipotesi e sarebbe molto interessante approfondire l’attendibilità e l’applicabilità  attraverso specifici studi sperimentali che possano confrontare l’efficacia dello squeeze test con macchinari tecnologicamente più avanzati oppure con un largo campione di prova

ha concluso Mondin.

Il punto fondamentale è quindi quello di ridurre il rischio di infortuni recidivi e la necessità di un’attenta e progressiva programmazione della fase di riabilitazione del giocatore al fine di applicare corrette tempistiche di rimessa in campo.

 

Luca Celeghin

Luca Celeghin

Editor e Young Account

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