Alzi la penna al cielo solo chi compra “original”, verrebbe da dire di fronte alle indagini delle Autorità francesi.

L’incapacità di rinunciare a un prodotto che ci porta a comprarlo tarocco è illegale. Deleterio ed ingenuo considerare la contraffazione un crimine minore, quando ignoriamo (volontariamente o meno) i volti e le dinamiche che si nascondono dietro al falso.

Abbiamo, infatti, mai pensato alle conseguenze dell’acquisto di merce contraffatta?

105.000 posti di lavoro persi
6,5 miliardi il valore della contraffazione in Italia

Ci siamo mai chiesti chi si nasconde dietro alla borsa tarocca che ci tenta, al film che scarichiamo for free, al paio di occhiali che compriamo in spiaggia per fare i selfie estivi? Durante l’assemblea nazionale dell’Istituto di Centromarca per la lotta alla contraffazione sono emersi quei retroscena del falso che difficilmente prendiamo in considerazione quando ci rivolgiamo al mercato del tarocco.

Le mafie italiane, come ha spiegato il Procuratore Capo alla DNA Mandoi, investono nel mercato della contraffazione e si finanziano grazie a questo, perchè garantisce loro margini di guadagno maggiori e contemporaneamente rischi di sanzioni irrisori. Il prezzo conveniente del falso che ci porta a pensare di aver fatto un affare o di aver compiuto un gesto di protesta contro i brand e le aziende capitalistiche in realtà è opera della criminalità organizzata e cadendo in questa trappola ne diventiamo “complici”.

Ancor più impressionante è ciò a cui è giunta una recente indagine delle Autorità francesi, presentata in anteprima dal Direttore Generale Sarfati-Sobreira in occasione del Forum. La ricerca ha dimostrato che l’attacco terroristico alla redazione di Charlie Hebdo che ha colpito il principio cardine della nostra società (la libertà di manifestazione del pensiero) era stato in parte finanziato dal commercio di prodotti contraffatti. Non vorremmo che lo stesso possa essere accaduto anche dietro ai fatti che hanno sconvolto la quotidianità parigina negli ultimi giorni. E allora cosa decidiamo di fare?

Pur essendo chiari e molteplici i fenomeni e i processi psicologici che spingono una persona che condanna il furto a rivolgersi al mercato del falso senza rimorso – diffusione della responsabilità, costruzione del sé ideale e impossibilità di gestire il sentimento di rinuncia, bisogno di accettazione da parte del gruppo dei pari, dissonanza cognitiva – è arrivato il momento di diventare consumatori consapevoli.

Yes, ‘n’ how many times can a man turn his head,
Pretending he just doesn’t see? – B. Dylan

È tempo di fare nel nostro piccolo la differenza come raccontava un recente articolo, anche in questo campo: in primis, smettendo di considerare la contraffazione un reato minore (i legami con criminalità organizzata e terrorismo dovrebbero aiutarci nel farlo) e, di conseguenza, decidendo responsabilmente di prendere le distanze dal mercato illegale, da tutte le figure che girano intorno a questo e dalle conseguenze che implica. Rinunciamo con orgoglio e serenità a quella borsa ed evitiamo figuracce quando l’arcano logo (alias la patacca) viene scoperto. È tempo di aprire gli occhi e realizzare che le produzioni tarocche non rispettano i lavoratori, l’ambiente e la salute del consumatore, ostacolano lo sviluppo economico delle aziende e che in altre parole significa disoccupazione e chiusura delle industrie, evadono le tasse arrecando un danno allo Stato e quindi all’intera cittadinanza.

Ognuno di noi dovrebbe sentirsi partecipe della sfida quotidiana che INDICAM, l’Istituto di Centromarca per la lotta alla contraffazione con sede a Milano, affronta impegnandosi nel contrasto alla contraffazione sul territorio italiano (e non solo) e nella promozione del valore della Proprietà Intellettuale, insieme alle Autorità italiane e ad altri enti nazionali  (Netcomm, Movimento Consumatori, Unicri), alle associazioni omologhe francese (Unifab) e spagnola (Andema). È, infatti, evidente che per contrastare un fenomeno di tali dimensioni, capillarità e organizzazione bisogna, seppur in ritardo, fare un fronte comune nel nome della legalità, unendo le forze e coordinandosi a più livelli, anche a quello del singolo consumatore, al nostro. Come una campagna attuale, dovremmo dichiarare a parole e coi fatti #notinmyname.

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