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Il quesito di Milgram

Il quesito di Milgram

L'esperimento di Milgram

È il 1961 e sono passati 3 mesi dall’inizio del processo a Gerusalemme ad Adolf Eichmann, quando anche Stanley Milgram si pone quel quesito che è sorto in ognuno di noi di fronte ai sei milioni di vittime.

Si sostiene, in modo apparentemente cinico, che Hitler e il nazismo abbiano contribuito al successo della psicologia sociale. Ciò poiché, da una parte, molti dei migliori psicologi sociali europei sono stati costretti a fuggire in America dove hanno potuto diffondere le loro teorie e ricerche. Dall’altra, perché, a conclusione del secondo conflitto mondiale, numerosi studiosi si sono interrogati sulle ragioni sottostanti all’affermazione di tali ideologie e alla tolleranza e partecipazione di tante persone allo sterminio di concittadini. Tra questi anche lo psicologo statunitense Stanley Milgram.

Inizialmente, questi riteneva che il comportamento mostrato dai tedeschi dovesse essere attribuito a caratteristiche culturali e di personalità della popolazione tedesca. Una popolazione più propensa rispetto alle altre ad obbedire all’autorità (aspetto che ancora molti di noi sostengono). Questa spiegazione rassicurava i non tedeschi che potevano pensare “io non lo avrei fatto”, ma non soddisfaceva lo psicologo americano. Sempre meno convinto, giunse ad ipotizzare l’esistenza di alcuni processi psicologici connessi all’obbedienza all’autorità e la loro diffusione non solo dentro i confini tedeschi.

Al fine di testare questa sua ipotesi, Milgram ideò una situazione sperimentale che è passata alla storia non solo per i risultati raggiunti ma anche per le numerose polemiche che ha suscitato circa i limiti etici della ricerca. L’obiettivo, provocatorio, della ricerca era verificare fino a che punto le persone erano disposte a rinunciare ai propri dettami della coscienza per obbedire alle richieste dell’autorità.

Soggetti sperimentali, volontari e ricompensati, partecipavano individualmente. Il compito era molto semplice: ogni volta che un’altra persona (in realtà complice dello sperimentatore) compiva un errore nello svolgere degli esercizi mnemonici il soggetto sperimentale avrebbe dovuto infliggergli una punizione superiore a quella precedente. Questa consisteva in scosse elettriche. Il collaboratore di Milgram, infatti, era legato a una sorta di sedia elettrica per tutto lo svolgimento del compito. L’insegnate stringeva tra le mani un generatore elettrico con 30 interruttori su cui erano indicati i voltaggi crescenti (“scossa leggera”, “attenzione, scossa molto pericolosa”) fino ai due più intensi “XXX”. Ovviamente, il macchinario era disattivato, ma il partecipante era convinto del suo funzionamento poiché lo aveva provato prima di iniziare e poiché vedeva l’allievo lamentarsi sempre più.

I risultati sorprenderanno voi come sorpresero all’epoca lo stesso Milgram. Circa due terzi dei soggetti, incuranti delle suppliche di chi era seduto sulla sedia elettrica e dell’assurdità della situazione (visto anche l’ambito universitario in cui si svolgeva), arrivarono a somministrare l’ultima scossa “XXX”.

Lo psicologo abbandonò definitivamente la teoria delle differenze culturali e proseguì analizzando quali fattori influenzassero maggiormente tali comportamenti. Poté così concludere che il fenomeno dell’obbedienza all’autorità si fonda sul concetto di stato eteronomico, la condizione in cui vertono le persone all’interno di un sistema gerarchico in cui hanno la sensazione di non poter scegliere liberamente ma di dipendere dagli ordini dell’autorità. Il loro focus, quindi, è rivolto all’autorità e non prende in considerazione la vittima, di cui si ignorano la situazione e le sofferenze. La conseguenza principale è la perdita del senso di responsabilità del singolo: questa viene attribuita alle persone gerarchicamente superiori, attribuzione che è utile anche per difendere l’immagine di sé.

Non solo quindi i tedeschi, ma anche adulti americani. Questa è “la banalità del male“. Come sostiene la Arendt,

Il guaio del caso Eichmann era che uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali.

“Il Male che Eichman incarna appare banale, e perciò tanto più terribile, perché i suoi servitori più o meno consapevoli non sono che piccoli, grigi burocrati. I macellai di questo secolo non hanno la “grandezza” dei demoni: sono dei tecnici, si somigliano e ci somigliano.”

Amerio, Fondamenti di Psicologia Sociale, Il Mulino, 2007
Arendt, La banalità del male, Universale Economica Feltrinelli, 2001

Valeria Gelosa

Valeria Gelosa

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