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Una lacrima è fatta all’1% di acqua e al 99% di emozioni: allenarsi alla resilienza

Una lacrima è fatta all’1% di acqua e al 99% di emozioni: allenarsi alla resilienza

L’allenamento alla “resilienza” come risposta all’Io Minimo

Viviamo nella società del rischio.  In un’epoca di turbamenti, in cui la vita quotidiana diventa un training di sopravvivenza, l’identità – che implica un vissuto, il senso delle origini,  una storia personale,  una famiglia, il senso di appartenenza ad un nucleo e alle radici di un luogo – diventa un lusso. Mi accompagna in questi giorni  il concetto di “Io Minimo” del sociologo statunitense Christopher Lash; una sorta di micro-identità (l’io minimo) funzionale alle difficoltà del presente.  Per l’individuo in stato di assedio, la difesa dell’equilibrio psichico impone la contrazione di un Io definito “minimo” che, per fronteggiare le imprevedibili avversità, si alimenta di disimpegno emotivo,  riluttanza a stringere legami affettivi a lungo termine,  vittimismo, ironia protettiva in una sorta di appiattimento e banalizzazione dei legami. Vivere in un universo “liquido” -che ha perso solidità e confini-  ha prodotto un io “incerto e destrutturato”  per cui conviene un “disimpegno emotivo”, un distacco flessibile, una condizione appunto di sopravvivenza ai minimi termini. Lo storico e sociologo Lasch parte dalla constatazione della difficoltà a essere se stessi entro i parametri, ormai crollati, che danno identità sociale e personale. In realtà io credo che l’epoca moderna sia contrassegnata dal Narcisismo dell’Io che si deforma in  una società di specchi, in cui le immagini si riflettono come “maschere”.  Da anni , lavorando in uno studio di psicoterapia ho maturato l’idea  che la parola chiave che oggi può rispondere meglio al concetto di Io Minimo sia proprio “resilienza”. 10 lettere che racchiudono la capacità di far fronte alle difficoltà, ai traumi, agli urti, alle offese, alle umiliazioni, alle sconfitte, alle perdite e ai lutti della vita. La resilienza non è sinonimo di resistenza, e fa leva su un concetto molto differente che  non significa sentirsi invincibili. La second life social di molte persone, è già colma di foto e pose da fenomeni virtuali.  La resilienza è la capacità di un materiale di assorbire un urto senza frantumarsi, di impattare contro un ostacolo senza andare a pezzi.

Essere resilienti non è resistere a tutti i costi,  ma sapersi piegare alle difficoltà, alle incertezze, al dolore quando necessario, saper attendere il momento migliore e infine rialzarsi.

Sono gli ingegneri ad insegnarci che in caso di terremoti, sono le costruzioni  più “elastiche” a reggere meglio le scosse, le strutture rigide invece crollano. Ecco perché bisogna allenarsi ad essere “elastici e flessibili”. Tutti gli irrigidimenti, nascondono paure che si cristallizzano e  confluiscono in chiusure, che generano blocchi e paralisi, quindi sintomi.

La Resilienza guarda  alle difficoltà come opportunità, come sfida, che mobilita le proprie risorse, anche quelle sconosciute.

 

Certi dolori hanno un impatto devastante, certe ferite non si rimarginano mai completamente, ma che ne sarebbe stato del brutto anatroccolo se non avesse seguito la sua forza propulsiva? Non avremmo mai visto la bellezza del cigno nella favola di Andersen.

La resilienza presuppone la disponibilità a lasciarsi attraversare dal cambiamento.

Lo psichiatra Edoardo Razzini nel volume “ Se stiamo insieme ci sarà un perché” si chiede cosa voglia dire “stare in coppia oggi”. Separazioni, tradimenti e divorzi costellano la vita di molte persone come eventi non “eccezionali” ma una sorta di sbocco talora inevitabile  di immaturità, intolleranza alla frustrazione, e soprattutto spia di un narcisismo dilagante che proclama il diritto di tutti ad una vita all’insegna  di un piacere assoluto e di una libertà ostentata che, come evidenzia Freud finisce fatalmente per tradursi in un altrettanto assoluta costellazione di vuoti incolmabili e dispiaceri.

Ogni lacrima è fatta dall’1% di acqua e al 99% di sentimenti. E dei sentimenti, come delle emozioni,  bisogna aver cura.

Come si sviluppa dunque  la resilienza? Allenando e sviluppando alcune caratteristiche come sensibilità, umiltà, coraggio, empatia, fiducia, consapevolezza, locus of control interno, una buona autostima, buone competenze relazionali e comunicative, ma anche la capacità di saper chiedere supporto mantenendo vigile il senso di responsabilità e di saper esprimere le proprie emozioni rimanendo in contatto con esse. Pronti allora ad indossare tuta e scarpe da allenamento? Meglio sperimentare ogni giorno poco alla volta l’allenamento alla resilienza. Non serve fare a pugni con la vita, non serve nemmeno ferire gli altri o avere sempre un atteggiamento difensivo o aggressivo. Si può provare a sperimentare la gioia, la gratitudine, la riconoscenza e la gentilezza anche quando gli altri sono poco attenti a noi. Questo è rispetto non solo verso il mondo ma soprattutto verso sé stessi.

Quando non si hanno nemici “dentro”,  ostacoli ed avversità al di fuori non  possono farci alcun male.

Elisa Stefanati

Elisa Stefanati

Managing Editor, giornalista, psicologa e psicoterapeuta

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